Alle armi (?)

E’ un autunno particolarmente duro quello che stiamo attraversando: siamo all’interno di un imbuto che si restringe sempre di più e alla fine ne usciremo trasformati o non ne usciremo affatto.

Molti di noi sono all’estero e saziano l’inevitabile nostalgia di casa curiosando di tanto in tanto sul sito del Corriere o di Repubblica. Si informano su cosa succede in Italia e in questo modo, tenendosi aggiornati, attenuano un po’ la lontananza geografica.

Molti di noi, poi, la sera, incontrano amici spagnoli, francesi, inglesi e senza volerlo si ritrovano a parlare di quant’è bella Venezia, Firenze, Roma. Vengono pregati a volte di “dire qualcosa in italiano” perché agli altri piace come suona la lingua, anche se non capiscono le parole. A cena capita che finiscano a cucinare una carbonara per dieci persone e si sentono un po’ orgogliosi, dopo, quando ricevono una pioggia di complimenti entusiasti. E alle feste, beh, le prime volte si stenta a credere a quanto questa nazionalità possa essere un valore aggiunto.

E’ per questi e tanti piccoli altri momenti felici, che è scomodo, spiacevole e seccante entrare in quest’imbuto autunnale. Perché ci sono altri momenti in cui questo ingenuo orgoglio nazionale, che non ha proprio nulla di nazionalista, diventa un’appartenenza difficile non solo da indossare, ma anche semplicemente da difendere.

Perché molti di noi a volte, e in questo periodo sempre più spesso, si sentono chiedere spiegazioni che non hanno voglia di dare, o vengono assaliti da domande precise e morbose, a cui qualunque risposta è insufficiente. Si ritrovano a parlare per decine di minuti con la speranza, vana, di correggere almeno un po’ l’immagine che gli amici stranieri hanno dell’Italia. E purtroppo, non perché sia sbagliata ma perché, poiché ricalcata sulla realtà, è brutta, cruda e difficile da digerire.

Ecco che vediamo un video come questo, o passiamo una serata a spiegare come mai il nostro Capo di Governo è coinvolto in un nuovo scandalo sessuale con una minorenne, magari cercando anche di riderci su per non mostrare la nostra nausea e il nostro sconforto. O siamo in imbarazzo quando un coinquilino ci chiede “che succede in Italia?” e noi sappiamo che sul sito del Corriere la prima notizia è dedicata ad Aventrana e la seconda a Berlusconi, o viceversa (e forse è meglio così, piuttosto che spiegare, per esempio, a cosa servirà la riforma della giustizia). O ancora, ascoltiamo i racconti di chi è stato in Italia in vacanza, sorridendo quando sentiamo le descrizioni innamorate dei centri storici, delle spiagge, dei monumenti e incupendoci invece quando qualcuno si lamenta di come in tre settimane non abbia trovato un hot spot wifi.

Leggiamo infine un articolo come questo e ci chiediamo se siamo anche noi dei cervelli in fuga o se invece non sarebbe meglio che fosse il nostro cervello ad andarsene direttamente, così da non preoccuparci più dell’attualità italiana. E mentre sentiamo stringersi quest’imbuto, ci troviamo nella strana condizione di provenire dal Paese più bello del mondo (o perlomeno quello col numero più alto di “patrimoni dell’umanità”) e avere difficoltà ad esserne orgogliosi. Mentre la televisione e i giornali parlano di cronaca, mentre il Governo è impegnato da mesi a strisciare tra battibecchi interni e inchieste giudiziarie e mentre l’opposizione si limita a borbottare educatamente, noi ci avviciniamo, scavando con il nostro badile, al fondo.

Ma forse, se è vero che a volte bisogna toccarlo, il fondo, per risalire, forse c’è qualche speranza che questo deterioramento esponenziale della vita politica italiana sia arrivato all’ultimo capitolo. Forse ora che siamo veramente saturi dell’intrattenimento squallido con cui ci stanno nutrendo, possiamo scattare tutti quanti in piedi e riprendere in mano la situazione perché, a questo punto, non possiamo più permetterci di non interessarci e di non partecipare.

Siamo in molti a provare un sentimento di sincero dispiacere e di disgusto nel guardare all’Italia politica di oggi e se riusciamo a utilizzare quest’energia – non ingoiandola ancora, perché a questo punto potremmo vomitare – allora potremmo essere davvero un fattore di cambiamento.


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