La crisi edilizia del mito.
Qualche giorno fa, in una conversazione con un amico, abbiamo affrontato il tema della mancanza di miti (nel senso più classico del termine) nella società odierna.
Ad oggi, il mito non esiste. Qualsiasi cosa qualcuno possa chiamare o credere mito, alla luce dei fatti non è altro che un pallido riflesso delle personalità pregne di significato che sino a vent’anni fa era possibile identificare in ogni angolo della terra.
Basti pensare al “florido” periodo del troppo sfruttato ’68, o degli anni ’70, o di tutto il dopoguerra in generale. Degli esempi come potrebbero essere stati Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara, John Lennon, Marilyn Monroe o James Dean (solo per citarne alcuni fra i più noti) non trovano i loro corrispettivi in questi ultimi anni. E più recentemente, senza andare a rivangare decenni ormai lontani, Nelson Mandela o papa Wojtyla (a ognuno il suo), anche loro restano senza successori, o sostituti, o che dir si voglia.
L’ultimo mito esposto al pubblico ludibrio è stato senza dubbio Barack Obama. Ma a guardare bene, non si può dire che quest’ultimo, soprattutto in relazione a ciò che (non) ha fatto, possa essere equiparato alle personalità di cui sopra. E non me la sentirei neppure di elevare personaggi come Johnny Depp o i Radiohead al rango di mito.
In sintesi, al giorno d’oggi la società, o chiunque ne senta il bisogno, continua ad attaccarsi a miti che ahimè non rispecchiano più i tempi che corrono. Ma questo attaccamento a miti appartenenti ad un passato oramai poco significativo non dimostra forse la necessità della presenza di miti a cui conformarsi, e al contempo l’incapacità di trovare, di costruire dei miti effettivamente contemporanei?
Un tempo era semplice (per così dire) fidarsi delle istituzioni e del modello che queste passavano, aderendo allo status quo proposto, nel bene o nel male, con coscienza o non, comprendendo gli “eroi”, gli idoli che venivano presentati all’opinione pubblica attraverso i giornali, i bollettini radiofonici, la televisione di Stato. “Garibaldi è un eroe”, “Alberto Sordi fa ridere”, “Sofia Loren è la più bella” e via dicendo. E quest’azione di proposta veniva rincarata da tutti i canali mediatici contemporaneamente, tant’è che era impossibile trovare un giornale o un’emittente radio che dicesse che Sofia Loren non era la più bella. Il muro mediatico che si presentava all’opinione pubblica era un muro coerente, ogni mattone era al suo posto, ogni colonna ed ogni capitello, ed i punti di riferimento cui il popolo si aggrappava erano degli scogli sicuri, senza sorprese. Degli scogli che, da una parte o dall’altra, contribuivano ad edificare l’ideologia dominante, istituzionale e popolare al tempo stesso. L’impatto culturale-mediatico doveva essere coerente per poter creare un’ideologia coerente.
D’altro canto però, soprattutto dalla fine degli anni ’60 in avanti, come si è citato anche prima, ha cominciato a diffondersi anche un secondo modello, magari anche più diversificato del primo se si vuole, suddiviso in tante piccole categorie, coerenti o meno tra loro, ma tutte accomunate dal fatto dell’essere contrapposte al modello culturale dominante: la cosiddetta “controcultura”.
C’è poco da dire, in realtà, che non sia già stato detto. Anche la controcultura funzionava nello stesso identico sistema “edilizio” del modello dominante; tutto serviva ad edificare un’ideologia precisa, e questo va dal modo di vestire, al taglio dei capelli, alla musica, ai film e ovviamente alla letteratura. Soprattutto la saggistica.
A questo punto è evidente come fino a poche decine di anni fa ci fosse una vera e propria dicotomia “cultura-controcultura”, che da un lato portava una maggiore scelta tra i modelli possibili, ed una più ampia gamma dei canali mediatici cui affidarsi (sempre inclusi nella dicotomia), ma dall’altro lato la struttura del funzionamento resta una sola, vale a dire il continuo fornire di punti di riferimento cui l’opinione pubblica poteva aggrapparsi.
La differenza (in questo senso) tra il modello sociale di qualche decennio fa e quello attuale si trova nella differenze di livello mediatico e di livello ideologico (non in senso totalitarista, sia chiaro, o almeno non solo). Un tempo l’opinione pubblica era sottoposta ad una cappa mediatica che confrontata a quella attuale fa se non altro sorridere, sia in quanto a velocità di trasposto delle informazioni, sia in quanto a pervasività, e quindi di effettiva disponibilità popolare. Al contempo il peso ideologico era molto più forte e determinante, sia in direzione della cultura dominante che in direzione della controcultura (la struttura ed il funzionamento erano pressapoco lo stesso, si è detto). Questo creava una situazione in cui nei pochi (rispetto ad oggi) canali mediatici del tempo si doveva suddividere un imponente peso ideologico, che arrivava quasi a rasentare la propaganda, e che aveva quindi degli effetti sul piano dei miti. Si richiedeva cioè che i miti assumessero un valore di rappresentanza per la porzione di popolazione che faceva riferimento ad una determinata ideologia. Si aggiunge quindi il livello di rappresentazione, che lega i due livelli precedenti, quello mediatico e quello ideologico.
Al giorno d’oggi, viceversa, per motivi economici e storici, c’è stato il capovolgimento del rapporto tra i modelli di cui sopra. Il livello mediatico è immensamente sviluppato (forse troppo), ed ha creato una moltitudine di voci differenti l’una dall’altra all’interno dei vari canali strumentali (TV, radio, giornali e, soprattutto!, Internet). Il livello ideologico, nello stesso tempo, è andato via via indebolendosi fino quasi ad essere annullato. Si riscontra un’assoluta “libertà” (diciamo così) che non rientra più nei canoni di un’ideologia. Il peso ideologico da suddividere tra i vari canali mediatici, dunque, è stato rimpicciolito all’ennesima potenza, quasi non esiste più. E con esso va sparendo anche il livello di rappresentazione.
O meglio, con lo stravolgimento del rapporto tra il livello ideologico e quello mediatico si evidenzia come è stato impoverito anche il rapporto tra cultura dominante e controcultura. Il livello di rappresentazione in questo caso non può più dipendere dal livello ideologico perché questo semplicemente non esiste quasi più! Al giorno d’oggi la società civile non ha più delle linee direttive ideologiche, la pervasività del livello mediatico ha dato risalto a dei personaggi che non hanno più nulla di “ideologico” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo) ma che fanno meramente parte dello show business (si pensi a Berlusconi). Non si necessitano più dei miti perché non si percepisce più il bisogno di rappresentazione e il bisogno di un esempio da seguire.
Se i miti nascono dalla rappresentanza oggi i miti non devono più far riferimento a due o tre correnti maggioritarie di cultura, ma devono riflettere milioni di personalità diverse, ognuna col proprio mito aleatorio come la moda dello spettacolo. Sembra la profezia di Andy Warhol. L’importanza del mito va frammentandosi parallelamente alla porzione di popolo cui esso fa riferimento.
A questo punto c’è da chiedersi, vista l’importanza assunta dal livello mediatico, se non è preoccupante l’idea che appunto i canali mediatici possano essere tutti gestiti in funzione di un unico scopo. Questo non porterebbe alla creazione di una nuova ideologia? I media riflettono i gusti della gente o la gente si fa piacere quello che propongono i media? Il livello di rappresentazione, nonostante una presunta convinzione di differenziazione, non rischia di rivelarsi un mero appiattimento su uno standard precostituito?
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- Pubblicato:
- 18 agosto 2010 / 6:50 pm
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